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L’abbraccio dell’Europa può portare la pace

Lo scandalo della pace

Circa una settimana dopo l’inizio dell’invasione russa all’Ucraina, quando già si leggevano sui nostri media analisi e contro analisi di una guerra da tutti considerata anacronistica, eppure così reale e devastante, sul sito Vita.it veniva lanciato #abbraccioperlapace, ovvero la costruzione di luoghi di incontro pubblici tra comunità ucraine e russe in Italia.
Un’iniziativa che ha un carattere del tutto originale rispetto al coro pro Occidente o anti Occidente, o dei “né, né”, come son stati chiamati coloro che ponevano distinguo rispetto sia a Putin che a Biden. Posizioni queste, compresa l’ultima, che hanno il grave difetto di considerare la guerra un’opzione possibile, o nel migliore dei casi da rifiutare solo per mero calcolo delle opportunità.
La posizione di “abbraccio per la pace”, invece si colloca decisamente su di un altro piano, entro la provocatoria e solitaria logica del papa e di pochi altri. Non sfuggirà, d’altronde, l’analogia con la decisione che successivamente ha poi preso papa Francesco, ovvero quella di affidare la croce, alla XIII stazione della via Crucis al Colosseo, a due amiche, una ucraina e una russa.
Si può ben dire che “Abbraccio per la pace” ha senza dubbio una portata profetica.

Riccardo Bonacina, fondatore di Vita, ha spiegato come l’idea sia nata con le associazioni che compongono il cartello Per un Nuovo Welfare, insieme a Vita.it e Azione Cattolica. Ad esse si sono aggiunte poi numerose realtà cattoliche e laiche, come il Banco alimentare, Save the children, l’associazione Papa Giovanni XXIII, Russia Cristiana e tante altre. 
Abbraccio per la pace è la richiesta al mondo civile, istituzionale ma anche a semplici cittadini, di mettere in piedi tavoli in cui si possa realizzare un momento di dialogo pubblico tra russi e ucraini, o tra gli altri popoli coinvolti in questa terribile guerra. Un momento di incontro, testimonianza o letture, espressioni artistiche o comunque di valenza simbolica, per concludere con un abbraccio. Come Bonacina ha scritto, si tratta di evitare che la guerra diventi “la grammatica nostra e di chi abita con noi”.

Ci pare che l’iniziativa colga nel segno, perchè la guerra semina veleno, semina odio, diventa una dimensione dell’anima. Oltre ai fronti militari nascono divisioni tra gli stessi popoli, anche tra quelli lontani dalla guerra.

Una “grammatica della pace”, che non venga assorbita da quella della guerra, è faccenda che riguarda tutti e portare un gesto così fortemente simbolico nelle nostre città è positivo non soltanto per i popoli in conflitto, ma per ognuno di noi.

Nell’assuefazione alla guerra, che si respira sui media e che rischia di penetrare nella mente di ognuno, emerge una detestabile e artificiosa trasposizione di opzioni politiche del tutto superate. Da una parte il credo atlantico, tradotto spesso con la formula dell’ “esportazione della democrazia”. D’altra, una sorta di sottile indulgenza con Putin, magari per spirito anti-americano o peggio per una difesa dei vecchi valori della Christianitas ora impersonati dal binomio Putin-Kyrill (patriarca, quest’ultimo, della chiesa ortodossa di Mosca e che ha benedetto l’invasione, vista come inizio di una guerra metafisica contro il vuoto spirituale dell’Occidente).

Il reale ruolo metafisico dell’Europa

Inutile dire che quel che manca è l’Europa, intesa nella sua intuizione originaria, cara a Schumann e Mounnier, De Gasperi ed Adenauer. “Mai più la guerra” – il grido inascoltato di Papa Francesco – è stato, infatti, il punto di origine del tortuoso percorso europeo. Idea assai confusa poi nella politica della Unione Europea, ma chiara nell’analisi di alcuni intellettuali di grande rilievo, come Erich Przywara (L’idea di Europa) che ha definito l’autentica cultura cristiana europea come cultura dello “scambio che redime”. Przywara individuava la genialità dell’Europa nella sua capacità di aprirsi all’altro, alla cultura dell’oriente (donde nascono il sole e la luce, simbolo della vita) e farsi così prezioso terreno di coltura (“magazzino” che conserva e trattiene) di energie provenienti da più popoli e culture, in primis quella dell’ ebreo nazareno che, dalla periferia di un Impero fondato sulla guerra, ha saputo imprimere nuove logiche e nuova energia al corso del cammino bimillenario di popoli divenuti poi, appunto, “europei”.
Questo immenso patrimonio di storia e cultura, da tempo dimenticato, lascia il posto oggi ad un nuovo bipolarismo tra nemici che non si rispettano (come ai tempi delle “ideologie forti”, feticci di ideali portatori di istanze indubbiamente preziose, ma deboli e in pieno cedimento rispetto al puro interesse spicciolo).
È proprio l’affermarsi di questa la logica perversa il primo risultato devastante del conflitto in atto. Da questo punto di vista, suona profetico, come giudizio sulla povertà della politica europea attuale, il seguente passo del testo citato. “O le nazioni, che per i loro interessi si sono separate dall’unica città dell’Occidente, rinnovano questa unica città con un’autentica conversione, lasciando cadere questi interessi per un servizio all’unica città e assumendo un corrispondente modo di pensare. Oppure tali nazioni negozieranno, come mercanti, un equilibrio in base alla convergenza di interessi differenti, in maniera tale che quest’alleanza di mercato sarà l’unica “città dell’occidente” con sempre nuove contrattazioni. Questo significa però intendere la città come un “mercato”, nel quale astuti mercanti cercano di imbrogliarsi gli uni gli altri, così che l’ansia del profitto diventerebbe il vero contenuto della politica, il vero servizio della città, il vero modo di pensare alla città nella quale coloro che hanno interessi di mercato si incontreranno secondo la logica dell’ homo homini lupus, l’uomo è lupo per l’altro uomo”.
Si desume con chiarezza, da queste riflessioni, che il ruolo dell’Europa non consiste nella costruzione di un blocco di valori inamovibile e nostalgico di un passato, peraltro più presunto che reale (Mosca terza Roma o il Sacro impero, o altre inflessioni simili come spesso appaiono nel modo islamico e non solo). Il ruolo dell’Europa è in questa dimensione di apertura all’altro, di cui il cristianesimo autentico è naturale portatore, in quanto religione dell’apertura di Dio all’uomo e dell’uomo a Dio, primo “scambio che redime”, padre di tutte le relazioni autentiche e non mercificate. Origine mai da dimenticare in ambito cristiano e che, se fedele a se stessa, risulta contributo essenziale per l’intero genere umano.

La strada oggi

Per tutto questo, l’iniziativa di Bonacina, così come il gesto simbolico di papa Francesco del venerdì santo, traccia la strada giusta, seppure irta di difficoltà. Difficoltà che sono emerse con chiarezza. La croce portata da due amiche, una ucraina e una russa, ha generato proteste persino dal vescovo cattolico di Kiev. L’iniziativa di Vita cammina lentamente e in mezzo a mille difficoltà (talora vere e proprie obiezioni), e pochi tavoli al momento sono stati realizzati, seppure si stia lavorando in numerose altre città per arrivare al moltiplicarsi dei momenti di incontro.

Si comprende il dolore degli Ucraini, aggrediti in maniera violenta. Si comprende l’influenza della propaganda russa e il senso di frustrazione dei russi per la mancata integrazione in un dialogo di più ampio respiro tra i potenti, di cui non solo Putin porta la responsabilità, pur avendone quella maggiore.
Ho potuto constatare questo dolore, dialogando con un sacerdote ucraino impegnato ad aiutare a salvare vite e a costruire le premesse di una rinascita della propria terra. Ho potuto constatare il suo amore per la nostra Italia, l’orrore per gli anni di dominio sovietico, vissuto in gioventù, il desiderio di “Europa” intesa nel senso di cui abbiamo detto sopra. Un amore che è una speranza di allontanare vecchi fantasmi. In Italia questi ragazzi profughi vedono bellezza e cultura che si è potuta esprimere in forma libera e vedono, perché no, benessere, futuro per le famiglie, libertà di scelta. Si comprende, dunque, perché in Putin si materializzi ai loro occhi il ritorno di quell’ “incubo russo” che in più tornate della storia ha fatto soffrire il popolo di quelle terre (basti pensare all’Holodomor, la strage voluta da Stalin, massima espressione di vessazioni infinite).
Dunque è evidente la necessità di insistere sulla strada del papa e di “Abbraccio”. Consapevoli tuttavia che la vittoria della pace sulla “grammatica della guerra” passa per il filo, sottile e fragile, del rischio personale, ovvero per la libertà di ognuno, chiamato a rifiutare semplificazioni, manicheismi, cedimento al cinismo. Ognuno, laddove si trova, portando la sua carica di umanità.
Il perdono non può essere preteso. Il perdono accade, come una Grazia capace di generare una logica più profonda.
È questa la Grazia che il papa chiede a Maria, a cui ha consacrato Ucraina e Russia.
Non stiamo parlando di utopie o di visioni spirituali della storia. È la nostra storia. O meglio un pezzo della nostra storia europea. Quel pezzo di storia che l’amico sacerdote ha visto nella nostra Italia e che desidera possa essere respirato dai suoi ragazzi profughi, affinché domani ricostruiscano l’Ucraina e con essa l’Europa. Certo, la storia è sempre ambivalente, come insegna S.Agostino. La città dell’arroganza degli uomini e la città della giustizia di Dio paiono combattersi senza il prevalere di una sull’altra. Il grande compito è incarnare instancabilmente (nella politica, nel lavoro, nella scuola, nei valori della nostra società) quella logica differente che i nostri padri hanno saputo, malgrado tutte le incongruenze, tramandarci.

Ecco perchè Abbraccio per la pace è di una portata profetica e rivoluzionaria. Lavoriamo insieme per questa rivoluzione.

P.S.: Se è vero che si sono incontrate difficoltà enormi, è però altrettanto vero che tanti docenti hanno moltiplicato momenti significativi ispirati agli “abbracci”. Molti, ad esempio, hanno utilizzato a lezione Letture per la pace, l’Instant book prodotto proprio da Bonacina in vista di Abbraccio per la pace. In questo mese di scuola rimanente si ha una bella occasione per rilanciare il lavoro nelle aule, così come in ogni angolo delle nostre città.

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