La leadership femminile rende tutti più liberi

Ruoli e generi sul divano dello psicanalista

Annalena Baerbock, candidata dei Verdi tedeschi alla Cancelleria

Da più parti si pensa alla leadership femminile come un rimedio a certe storture della vita pubblica, governata prevalentemente “al maschile”. L’idea è di moda, tuttavia la mia esperienza teorica e pratica della psicoanalisi mi induce a diffidare delle semplificazioni, specialmente se hanno a che fare coi sessi. In passato la psicoanalisi ha contestato, definendolo nevrotico, l’errore di civiltà secondo il quale le donne sarebbero state deficitarie o inadatte a occupare determinati ruoli professionali o politici[1]. Ma la psicoanalisi ha di pari criticato anche la leadership come dottrina sociopolitica della preminenza di un leader. Si tratta della critica alla “teoria del capo” che sta all’origine della psicologia delle masse. Freud la sviluppò in diverse opere, in particolare in Totem e tabù (1913) e in Psicologia delle masse e analisi dell’io (1921) dove l’autore parla esplicitamente dell’innamoramento (perdere la testa) della massa nei confronti del capo, istituendo un parallelismo tra massa, innamoramento e ipnosi.

La critica alla leadership è la critica a un modello di funzionamento delle relazioni e della società nelle sue articolazioni principali: politica, educazione, cura, triade alla quale possiamo aggiungere i modelli economici di produzione. Limitandomi ai primi tre osservo che Freud in Analisi terminabile e interminabile (1937) ha raccolto le attività elencate sotto la definizione di “professioni impossibili”, perché si sottraggono alla legge causale. L’educazione, la cura psichica e il governo non rientrano sotto il nesso causa-effetto che nelle relazioni assume la forma del comando-esecuzione. Il motivo è che si tratta di attività connotate – molto o poco, non importa – dal fattore libertà. Riformulando l’asserto freudiano aggiungo che educare, curare, governare sono attività impossibili nella logica causa effetto – comando esecuzione (ovvero l’ideale di ogni forma di totalitarismo) mentre diventano possibili – anche se mai garantite nell’esito – attraverso un libero coinvolgimento, che si connota attraverso forme diverse di partecipazione attiva.

La partecipazione attiva nell’educazione, nella cura o nella politica introduce all’istituzione della partnership, ovvero l’alternativa che la critica alla leadership intende promuovere. La parola istituzione deve fungere da guida, perché indica una scelta di campo. Le istituzioni in natura non esistono, quando esistono è in forza di un loro esser state poste, volute, valutate, scelte ecc.

Mi domando ora da dove la critica psicoanalitica abbia tratto la propria linfa, quali elementi di riforma sociale contenga, se tali elementi di riforma possano collimare o meno con l’idea di una leadership connotata al femminile.

La psicoanalisi nasce dal superamento del paradigma medico applicato alla cura della malattia psichica attraverso l’ipnosi, tecnica all’avanguardia e all’epoca molto in voga. Tale paradigma assegna al paziente il ruolo dell’esecutore obbediente. Il superamento del modello medico coincise, per il medico Freud, con l’abbandono della tecnica ipnotica appresa a Parigi da Charcot. Nell’abbandonare l’ipnosi Freud seguì due criteri: uno scientifico e uno morale. Il criterio scientifico coincideva con la valutazione obbiettiva dei metodi e dei risultati ottenuti con il trattamento ipnotico, quello morale con la seguente valutazione: l’aleatorietà dei risultati ottenuti con le tecniche prepsicoanalitiche (ipnosi e catarsi) era da ricondurre alla coartazione della libertà del paziente da esse richiesto. Con il passaggio alla libera associazione il paziente cessa di essere l’elemento passivo della propria cura, al contrario viene ingaggiato come partner attivo, anche se in posizione asimmetrica. Tale cambiamento di paradigma è stato stabilito linguisticamente da Lacan (anch’egli medico) che abbandona in via definitiva i sostantivi paziente-analizzato in favore della coppia paziente-analizzando. La psicoanalisi modifica così alla radice il paradigma della cura, che non avviene più secondo il modello della leadership – dove il leader è il medico – ma di una partnership asimmetrica, a geometria variabile, ovvero con scambio posto, come mostrerò in seguito.

È noto che l’attività dello psicoanalista sia primariamente connotata dall’ascolto (non dalla prescrizione o dall’offerta di consulenza), ovvero da un’attitudine principalmente passiva. Senza spingermi oltre, mi attesto sulla semplice constatazione che la psicoanalisi assegna l’onore-onere del prendere la parola al paziente-analizzando, e solo in seconda battuta al terapeuta. Ad essere privilegiata è l’attività ricevente perché solo facendo posto all’altro, al suo corpo parlante e pensante il terapeuta può istituire una relazione di cura. Nel privilegio conferito al posto all’altro, all’atto del ricevere, all’accoglienza del pensiero dell’altro tramite ascolto (critico), al percepire un beneficio per mezzo del rapporto (non in modo auto sufficiente) va ricercata la simpatia della psicoanalisi per il lato “femmineo” dell’esperienza umana. Con l’istituzione del “posto dell’altro” come co-produttore della sua stessa cura-guarigione la psicoanalisi istituisce la partnership, secondo una forma asimmetrica. Nella tecnica psicoanalitica tale asimmetria è resa evidente dall’uso del divano[2] da parte del paziente-analizzando, che abolisce la specularità (vis a vis) in favore della differenza dei posti. Nella sottolineatura della differenza dei posti troviamo un deciso rimando alla differenza sessuale, assunto come il paradigma di ogni differenza. Il riferimento non va semplicemente alla conformazione anatomica dei sessi e alle loro conseguenze psichiche[3], ma principalmente alla conquista intellettuale infantile dell’esistenza stessa dei sessi, nella loro diversità. Per quanto possa sembrare scontato la differenza sessuale non è un dato a priori, ma una conquista intellettuale che appartiene all’indagine infantile (cioè umana) della realtà. In quanto conquista tale conoscenza comporta il rischio di essere acquisita parzialmente, in modo distorto, o non essere acquista affatto. Più spesso di quanto non si sia disposti ad ammettere non viene acquisita in modo stabile.

Per mezzo della partnership asimmetrica l’analizzando assegna all’analista “la conduzione della cura” e – in funzione di tale mandato – il terapeuta assegna all’analizzando il compito di assumerne l’iniziativa nel solco della regola: “non censurare e non sistematizzare”. Il riferimento alla “conduzione della cura” e al “prendere l’iniziativa” chiarisce che la psicoanalisi non abolisce la leadership, ma istituisce la partnership dove l’altro è chiamato a prendere posto come leader a propria volta. L’attitudine alla leadership si concretizza nella capacità di istituire l’altro come partner all’altezza del compito al quale lo si convoca, chiarendo quali ne siano le condizioni. Soddisfatta tale competenza non sussistono preclusioni di natura sessuale, o di genere come usa dire.

L’applicazione della revisione del paradigma centrato sulla leadership in favore della partnership – la tesi è di Giacomo B. Contri – è potenzialmente universale[4], a partire dai quattro ambiti indicati in apertura: educazione, cura, governo e produzione. Il posto liberamente occupato in analisi dal malato-paziente, il soggetto posto in situazione di svantaggio e all’apparenza impossibilitato a modificare la propria situazione, può essere occupato dall’alunno/studente, dal povero carente di mezzi, del lavoratore ingaggiando in ogni genere di impresa, e dal cittadino il cui consenso attivo è richiesto per la buona riuscita di qualsiasi riforma. L’educazione inoltre abbraccia anche le relazioni famigliari e affettive di modo che ben poco sembra poter rimaner escluso dal campo d’influsso del cambio di paradigma. Ciò che connota la psicoanalisi è l’ampiezza del suo orizzonte che ricapitola nelle alterne vicende del singolo individuo le alterne vicende della civiltà. Detto con l’antico linguaggio filosofico: nell’ontogenesi ricapitola la filogenesi. Non spetta però alla psicoanalisi imporsi agli altri ambiti, come non le spetta imporre alcunché al paziente analizzando, ma semplicemente le compete di rendersi, in senso lato, consultabile. Ciascuno trova la via della guarigione a modo proprio e nei propri tempi. Rammento in proposito l’apprezzamento di Papa Francesco rivolto alla psicoanalista ebrea da lui stesso consultata, circa la sua capacità di tenere il proprio posto: «Ad un certo momento – racconta con disarmante semplicità il Papa al suo interlocutore – ho sentito il bisogno di consultare un analista. Una psicoanalista ebrea. Durante sei mesi sono andato nel suo studio una volta la settimana per schiarirmi alcune cose. È stata una professionista valida, molto professionale come medico e come psicanalista, sempre rimasta al suo posto». [5]

Lacan segnalava che il così detto sesso forte fosse il più debole nei confronti della perversione, ritenendo tale in primo luogo il narcisismo, che combina l’incerta conquista della realtà dell’altro come partner con l’ostentazione/imposizione dei propri talenti: differenza sessuale, sapere, tecnica, denaro, posizione sociale, competenza ecc. Nell’enciclica Fratelli tutti  la necessità di lasciar cadere il narcisismo viene esplicitamente richiamata e il narcisismo stesso viene indicato come minaccia nelle dinamiche relazionali interpersonali e politiche. “Il mettersi seduti ad ascoltare l’altro, caratteristico di un incontro umano, è un paradigma di atteggiamento accogliente, di chi supera il narcisismo, accoglie l’altro e gli presta attenzione, gli fa spazio…”. Al contrario quando ciò non avviene si assiste a delle forzature a esperimenti di ingegneria politica ed economica, che anziché chiamare l’altro ad essere partner del suo stesso riscatto richiedono “sottomissione e

disprezzo di sé”. “Alcuni paesi forti dal punto di vista economico vengono presentati come modelli culturali per i Paesi poco sviluppati, invece di fare in modo che ciascuno cresca con lo stile che gli è peculiare”. Una situazione aggiunge Francesco che conduce al “disprezzo della propria identità”[6].

Ricapitolando e concludendo: la simpatia della psicanalisi per il lato “femmineo” dell’esperienza (lato ricevente) va compreso come il privilegio dato alla valorizzazione della differenza sessuale, come emblema della differenza soggetto-altro, i due poli interscambiabili della partnership. Tale valorizzazione agisce anche come argine all’esperienza di impoverimento e perdita di realtà, come tipicamente avviene nella nevrosi, nella psicosi e nella perversione[7], le tre forme della psicopatologia individuate dalla psicoanalisi, dove l’altro – quando c’è – non è mai un partner.


[1] Me ne sono occupato di recente nell’articolo La psicoanalisi è donna https://www.odon.it/psicoanalisi-donna/ 

[2] Non del lettino, che è ancora parte integrante del protocollo medico.

[3] Freud, Alcune conseguenze psichiche della differenza anatomica tra i sessi (1925).

[4] La tesi è trasversale alla produzione di Giacomo B. Contri, https://www.operaomniagiacomocontri.it/. Di recente è stata riproposta per i lavori della Società-Amici-del-Pensiero-S-Freud nel Simposio 2020-2021 dal titolo “Per mezzo”  https://societaamicidelpensiero.it/

[5] In Papa Francesco con Dominique Wolton, Dio è un poeta. Un dialogo inedito sulla politica e la società (Rizzoli, 2018).

[6] In corsivo le citazioni dall’Enciclica Fratelli tutti, capitoli 48; 51; pp. 64, 66, 67, Ed. San Paolo.

[7] Freud, La perdita della realtà nella nevrosi e nella psicosi, (1925).

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